Rassegna Stampa e Web, dritte transfrontaliere e Zibaldone vario per Bucche Sernue

La recensione. A Imperia: Il Pescematto

Imperia Porto Maurizio

PESCEMATTO

Lungomare Cristoforo Colombo 140

Tel. 0183754557

Il primo assaggio della serata arriva con il parcheggio nei pressi, per due auto, per gli altri basta un footing di cinque-dieci minuti. Eccoci davanti al locale, una invitante veranda nuova (foto) che brilla romantica di abat jour moderne e luci calde e promette accoglienza di tono. Dentro, l’ambiente è subito rassicurante: tavoli in legno chiaro, pulizia esemplare, tovaglioli e tovagliette di carta, ma spessa, che riportano i nomi dei quattro locali dello stesso proprietario il quale, evidentemente, si muove tra i suoi ristoranti, bistrot e food polivalenti come un vero mattatore nell’Ho.Re.Ca.

La vera attrazione della casa è lui, il mio anfitrione (non so se sia il patron o il maitre), che accoglie aperto e sorridente, dà volentieri del Tu a tutti e trasmette in tre secondi la sensazione che qui si sia tra amici. Forse non è proprio l’approccio che generalmente uno si aspetta, ma di certo è autentico e, in tempi di formalismi di facciata, questa spontaneità (sperando che anch’essa non sia di facciata), disarma gli impettiti e conquista simpaticamente anche i … critici non rompiscatole in anonimato..

Niente musica di sottofondo e meno male: la quiete è un lusso raro. Il pane, rustico e bianco, arriva in tavola già tagliato da qualche ora e accompagna una ciotola di olive, buone, servite però con un unico stecchino che abbiamo diviso in due.  La cameriera, giovane e diligente, con buona volontà e franco sorriso, si fa voler bene per premura e velocità. L’anfitrione comunque è ovunque: passa, ripassa e ritorna per chiedere se va tutto bene con qualche parola anche in dialetto che a me suona come una vera coccola. È il tipo che ci vuole, che non lascia solinghi i commensali ed offre una attenzione tale che, dopo il quinto passaggio, ha il pregio di farti sentire ospite e non avventore.

La cucina si muove su due binari paralleli: sostanza e concretezza pratica. Il flan di trombette cacio e pepe arriva immerso in uno strato di formaggio alto due centimetri, trasformandolo in una specie di pudding caseario generoso e gustosissimo di una densità che farebbe gioire un ingegnere edile. Gli spaghetti aglio, olio e peperoncino, vengono serviti piacevolmente in padella (colma) che funge da stoviglia: il peperoncino è da palati virili. La frittura di pesce, servita sull’ “orizzontale” (un tagliere lungo fino a un metro) trionfa al centro dei tavoli, abbondantissima. Io purtroppo non l’avevo ordinata ma è stato uno spettacolo vedere come abbia messo tutti d’accordo ai tavoli vicini. Tocca poi al sorbetto alla mela e Calvados,  tutto gusto e leggerezza, chiudere tosto la cena.

Veniamo al VINO: la carta si risolve in una domanda semplice: “Bianco o rosso?”, che lascia intendere un approccio essenziale; m’è venuta la risposta in rima “Fermo o mosso? ”, ma poi dalla pagina dei dodici “Gin e aperitivi” a bicchiere, ho scoperto uno Champagne, che è stato servito in flute da millesimato, senza necessità di “stappo” al tavolo, ma in quantità superiore a quella d’ordinanza.

In fondo alla sala, una televisione trasmette la partita. Non disturba, forse perché il volume è zero. Nell’insieme tutto si svolge in una atmosfera rilassata, complice la bassa affluenza di una domenica sera. In un locale (ex Sghitta Perusa), del quale trovano posto anche alcuni arredi preziosi. I prezzi? Alla carta gli antipasti vanno da 10 a 18 euro, i primi da 12 a 19 euro, i secondi da 19 a 26 euro, i dessert 5 euro, più il coperto 2 euro. Interessante e conveniente il  MENU DEGUSTAZIONE di 9 portate a 50 euro, compreso vino della casa acqua e caffèè un atto di fede nel vostro ritorno qui. 

CONCLUDENDO: si esce sazi, dopo aver vissuto una serata sincera, brillante per le quantità e la spigliatezza d’iinsieme dell’accoglienza. Non è la cucina dei dettagli, ma quella dei ghiottoni che amano coniugare al presente il verbo mangiare e mette di buon umore in un contagioso rapporto di ospitalità. All’uopo in questo locale c’è tutto ciò che serve: una mano generosa, una umanità esuberante e un servizio  che, tra un “tutto bene?” e l’altro, ricorda che mangiare, prima di tutto, è un momento di convivialità che vale un Perù.

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