
foto tratta dal web
Traendo spunto da un articolo sul Corriere, il Golosario di Paolo Massobrio, riporta un dato che, più di molte analisi, racconta lo stato d’animo dell’alta ristorazione italiana. I ristoranti stellati hanno lavorato con poco più di due milioni di clienti complessivi in un anno per 385 locali, una soglia che equivale, nella pratica, a una una quindicina di avventori al giorno.
Un risultato che stride con l’immagine degli “stellati” e con l’idea, ancora diffusa, di un settore florido e in costante ascesa. Perché dietro il prestigio restano costi altissimi e rigidissimi: cucine con personale specializzato, forniture selezionate, ambienti impeccabili, investimenti continui. Un meccanismo che ha bisogno di continuità e volumi minimi per reggere, non di un pubblico intermittente.Il problema, come osservano anche le analisi più attente, non è soltanto economico. È culturale. Una parte consistente della clientela sembra aver preso le distanze da un certo tipo di esperienza gastronomica, percepita come onerosa, rituale, talvolta eccessivamente codificata. Nel frattempo avanzano formule più snelle, cucine riconoscibili, luoghi meno formali dove il rapporto qualità-prezzo appare più immediato e rassicurante.Non sorprende quindi che molti chef stiano rivedendo il proprio posizionamento: menu più essenziali, aperture parallele, ritorno a modelli meno ingessati. Non è una fuga dall’eccellenza, ma un tentativo di renderla nuovamente abitabile, sostenibile, frequentabile. Il segnale che arriva dalle sale semivuote è inequivocabile: le stelle continuano a brillare sul piano simbolico, ma da sole non garantiscono più solidità. L’alta ristorazione italiana è davanti a un bivio: restare fedele a un modello sempre più fragile oppure reinventarsi, senza perdere identità, per tornare a parlare a un pubblico che nel frattempo ha cambiato strada
A proposito di iniziative alternative, mi pare anche interessante il seguente link:







